SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI (presenti nel presente, qui ed ora), NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI (la consapevolezza) - Gesù di Nazareth -

IL GATTO CON GLI STIVALI


L'EREDITA' SELVAGGIA 
La storia racconta che un vecchio povero mugnaio lasciò in eredità al primo figlio un mulino, al secondo un asino e al più piccolo un gatto. Quest'ultimo era triste non sapendo che farsene del gatto... 
   Nelle fiabe la morte dei genitori è un classico, direi un archetipo: Biancaneve rimane orfana, lo stesso Cenerentola, Vassilissa, persino Pinocchio si sente orfano. Questa morte ha un significato psicologico e cioè che noi dobbiamo diventare indipendenti interiormente, distaccati dall'origine, è l'ombelico psichico che viene a mancare, si taglia con il passato. L'eredità è importante, è quanto è rimasto nella nostra psiche. In questo caso un gatto il che sembrerebbe inutile. Diciamo che tutti e tre i fratelli sono parti di noi, ognuna con un ispirazione: il mulino è la parte materiale, quella che ci permette di vivere, il sociale mentre l'asino è la forza di lavoro, quindi quelle due dimensioni non vengono prese in considerazione, la fiaba punta all'aspetto spirituale ed introspettivo, cioè psicologico, quindi : cosa ci è rimasto nell'anima? un gatto? e cosa vuol dire? 

IL GATTO, GUARDIANO DELL'OLTRETOMBA
Il gatto è un simbolo della capacità di vedere nell'inconscio, perchè vede al buio, è silenzioso quindi intuito introspettivo. Il gatto in quanto animale rappresenta quella dimensione selvaggia in noi, quindi quella primordiale, antica, la più autentica perchè collegata alla natura. In molte fiabe l'animale fa di ponte tra la coscienza razionale e l'inconscio irrazionale: il grillo di Pinocchio, il Cane di Dorothy nel Mago di Oz, l'asino di Balaam nella Bibbia, la scimmietta di Aladino. In questa fiaba invece è il gatto a far da padrone, anzi di padre perchè in quanto eredita prende una forma di adozione nei confronti del giovane, come se prendesse il posto del padre deceduto. Il padre ha lasciato il gatto al figlio o il figlio al gatto? Infatti sarà il gatto a decidere il raffarsi: " "Fidati di me, portami un cappello, un paio di stivali e un sacco e farò di te un uomo ricco". Per il ragazzo, come per la maggioranza delle persone immerse nel mondo materiale, il gatto non ha importanza come non ce l'ha l'anima e lo spirito, pensano soltanto a come poter vivere economicamente non spiritualmente, infatti per questo si chiede: "I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando avrò mangiato il mio gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame". 

LA TENEREZZA FELINA
Celebre ilo detto: "Dio fece il gatto perchè in esso l'uomo potesse accarezza la tigre" è simbolo della fierezza addomesticata, ma il gatto ha il potere dell'astuzia, del saper muoversi ed arrangiarsi con poco o nulla. Nelle culture antiche (romane , egiziane, norrene) era associato alla custodia della casa e la difesa del maligno, quindi per un orfano il gatto come Totem è una grande fortuna, potere di cui sa muoversi e difendersi nel vagabondaggio di un mondo ostile e tutto da conquistare. Ma cosa significano le 3 cose che il gatto chiese al suo padrone? il cappello, gli stivali e il sacco?... 

CAPPELLO, STIVALI E SACCO
La nostra dimensione interiore o anima, ha due potenze che comunemente chiamiamo testa e cuore, che stanno per intelletto e volontà, la prima è sede della ragione e la seconda del sentimento. La prima cerca la verità e la seconda l'amore. Ma siccome viviamo in un mondo duale, cioè separato, diviso, la conquista della perfezione interiore sta nell'unire queste due dimensioni attraverso la terza: la consapevolezza (come si unisce il protone con l'elettrone attraverso il neutrino in natura), dunque il cappello sta alla testa, la ragione con cui il gatto sembra autorevole, il sacco sta al cuore dove il gatto raccogliere il doni, mentre gli stivali sono la consapevolezza: l'astuzia felina che sa muoversi, incantare con i discorsi e d fatto la prima cosa che fa è cacciare un coniglio e donarlo al Re come omaggio del suo Marchese di Carabà. Che significa questo? che il gatto con gli stivali, nuovo padre, ribattezza il suo padrone, nominandolo Marchese di Carabà; gli dà quindi non soltanto un nome ma anche un titolo, elevandolo di grado e avvicinandolo così a ciò che diventerà: marito della figlia del Re. E' quella auto stima che dobbiamo darci, lo scopo di una vita: raggiungere l'amore, credere in se stessi e soltanto attraverso quella nostra dimensione felina è fattibile.

IL RE DELL'EGO 
Quando si parla di Ego molti pensano subito al peggio, certo perchè viviamo in un mondo che tende a chiudersi in se stesso donde Ego-ismo (ismo è un suffisso che indica instabilità, negatività, esagerazione, insomma come nei movimenti sismici un vero è proprio terremoto sotto la psiche, ecco cosa è l'ego-ismo). L'ego è una parola da una radice indoeuropea, che passa poi greco antico "εγώ (egṑ)"e poi al latino ma significa sempre il  "io". Cosa governa la nostra psiche? il io ovviamente. Qual è la nostra tendenza naturale? Spodestare il Re, disubbidire, ma (ecco il miraggio illusorio) come potresti detronizzare il tuo io senza lo stesso io che ti spinge a farlo? senza lo stesso io che desidera questo colpo di Stato? Sarebbe come voler nasconderti senza che tu stesso lo sappia dove ti sei nascosto. Inutile nonchè assurdo. Il gatto con gli stivali invece ci insegna come fare per non subire la prepotenza divina di questo Re: "Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al Re la selvaggina che, diceva lui, aveva cacciato il suo padrone". Inizialmente vi sembrerà un inganno, ma in psicologia lo si chiama "autostima" cioè dare a te stesso il meglio di te, apprezzarti, non lodarti ma valutarti, guadagnarti la sua stessa fiducia, insomma il gatto vuole farsi vedere, far sapere al Re che il suo "Padrone" esiste, perchè il gatto ha un padrone (legge naturale) che non è il Re. 


GLI STIVALI DELLO SQUILIBRIO PSICHICO
Il gatto con gli stivali è una contraddizione naturale, perchè gli stivali fanno perdere al gatto le sue più potenti qualità di movimento, di destrezza, di velocità, infatti con gli stivali racconta la fiaba che spaventato da un leone fece fatica a fuggire ed arrampicarsi per i tetti. Con gli stivali fa rumore, non è quel paso felino silenzioso ed impercettibile. Cosa significa questa goffaggine a livello psicologico? 
   Quando si sveglia la nostra dimensione interiore, la nostra coscienza, quindi la consapevolezza spirituale, lo scontro con la nostra dimensione finita materiale mortale è molto forte, quasi nostalgico, alcune volte depressivo. L'anima si sente un po stretta nel corpo, sì come un gatto negli stivali, i mistici parlano di un angelo scalzo e con le ali rotte. Diciamo che lo spirito ha una visione così sublime della realtà che si sente costretto a vivere in parte esiliato dalla sua natura (come gli stivali non fanno parte della natura del gatto). Tutte le persone illuminate sono un po impacciati, a volte sembrano ingenue, altre volte davvero fuori posto, appunto sono gli stivali che si notato superflui in un gatto. 


MOMENTO INIZIATICO
Il viaggio iniziatico è presente in molte culture arcaiche dove il principiante deve superare una prova iniziatica per essere poi riconosciuto come adulto, deve quindi dimostrare la propria dignità alla società. Molte volte quando questa trasformazione avviene al nuovo adulto viene cambiato anche il nome. Il Gatto aveva già cambiato nome al suo Padrone, adesso tocca la prova, di fatto inizia con un bagno (simbolo del battesimo che è uno dei momenti iniziatici in molte religioni, sette, comunità, circoli massonici ecc..). Il gatto chiede al padrone di simulare persino un annegamento (è un passaggio di vita o morte anzi da morte a vita). Il bagno ha anche un altro simbolo: la purificazione, si lascia in acqua la nostra parte immatura, le nostre indecisioni, i nostri fallimenti e sorge dall'acqua l'uomo nuovo, con nuovi scopi, nuovi ideali. Infatti il gatto butta via i vestiti vecchi (la vecchia personalità del mugnaio) e lo presenta al Re nudo, povero, derubato. Il Re ordinerà di fornirgli gli abiti più adatti al suo rango di marchese; e indossati gli abiti diventa a tutti gli effetti un marchese. Soltanto in questo modo (diciamo ingannevole) il Re accoglie il suddetto marchese, cioè la nostra Ragione si fa una ragione della nostra povertà come un potenziale punto di forza per la spiritualità da intraprendere. Uno spirito acudo (come il gatto) sa benissimo che nella fede inizialmente c'è tanto di autosuggestione mentale, è un credere all'impossibile, perchè credere in se stessi, quando ancora non si conoscere fino in fondo se stessi, è un atto ingannevole ma non colpevole, diciamo ingenuo ma necessario. 



GLI STIVALI DI MERCURIO?
Lungo tutta la fiaba il gatto ha preceduto il suo padrone, anzi gli ha spianato la strada dritta verso la realizzazione. Una certa similitudine con il Dio Mercurio salta o meglio dire vola all'occhio, perchè sia Mercurio che il Gatto hanno piedi o stivali alati, mentre Mercurio è un messaggero degli Dei, il Gatto compie la stessa funzione: annuncia l'arrivo del suo padrone, loda le sue opere e lo rende notevole. IN questo contesto gli stivali acquistano simbolicamente il significato ragionevole di mente acuta veloce ed astuta, dote con la quale spiana ogni ostacolo per la sua realizzazione. 






NON HO NULLA MA NON MI MANCA NULLA
Nella ricerca del IO interiore, una delle pratiche ascetiche più difficili è quella del distacco, del non possedere nulla, persino del distacco di questo desiderio di rinuncia. La persona spirituale diventa materialmente minimista, si conforma con poco, gli basta poco o nulla per vivere, sa che l'essenziale è nell'anima. E' questa la povertà di spirito che rende ricche le anime mistiche. Un po come il Mugnaio, non aveva nulla, ma il gatto (intuito) ovunque passasse ordinava di dire che tutto quanto nei dintorni apparteneva al suo padrone, il marchese: "Buona gente che tagliate il grano, se non dite che queste messi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette". Sembra una minaccia, ma in verità è un ammonimento: " a chi appartiene questo mondo e tutte le sue futili gioie e piaceri? al nulla, tutto finisce" in altre parole, non vi attaccate a niente, tutto passa e finiremo in polvere, cenere alle ceneri, come passerà il Re a chiedervi a chi apparitene tutti quei poderi. Ricordatevi che il Re è simbolo della ragione e ce ne dobbiamo far una ragione dell'effimero valore di questo mondo, è su questo aspetto che dobbiamo lavorare per far colpo sul Re. Soltanto in questo modo il nostro Re (ragionevolezza) avrà ammirazione per il Marchese (la nostra dimensione spirituale) e gli concederà l'amore, sua figlia. Amore spirituale non nascerà mai fintanto che voi non darete il gusto valore alle cose materiali: belle ma effimere, da servirsene senza esserne schiavi, possederle senza essere da esse possedute, appunto come tutto ciò che il Marchese possedeva in quella regione: un bel nulla!.

IL CASTELLO DELL'ORCO

Sul significato simbolico ed archetipo del castello ne abbiamo parlato altro (vedere qui). Adesso la fiaba prosegue: "Finalmente il nostro Gatto giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto... Il Gatto, che aveva avuto l'accortezza di informarsi chi fosse quell'Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l'onore di venirgli a rendere omaggio.
L'Orco lo ricevette con la buona grazia".

Questo è il momento topico della fiaba. Senza il castello il Re non troverebbe un riscontro col Marchese, metaforicamente parlando la nostra ragione non vedrebbe un senso nella nostra ricerca spirituale se non trovasse qualcosa che la trascende, soltanto la fede non basta (il Re aveva buona fede nel Marchese, ma finchè non vide il suo castello, cioè regalità reale, non venne a patti). Il castello però appartiene a dun Orco, immagine grotesca, il mangiatore di bambini per eccellenza, simbolo di quella dimensione in noi malvagia, brutale, ingannevole, infatti in realtà è un mago potente, capace di trasformarsi in qualsiasi cosa. E' la nostra pseudo divinità, il nostro Super Io fallito. Il gatto lo loda e l'Orco cede a farsi vedere, farsi lodare. Adesso come affrontare a tu per tu questa nostra dimensione così pericolosa? 


CACCIA ALLA NOSTRA FAME DI GRANDEZZA
Vi siete incamminati nella vita spirituale? Anche se non lo accettate, nolente o volente, avrete la soddisfazione consapevole o meno, di credervi un po illuminati, un po redenti, un po santoni. Lottate per essere umili ma, sotto sotto, siete orgogliosi di quest'umiltà. La sana autostima sfiora anche autocompiacimento malsano. Il castello della vostra anima è governato da un mago Orco, un falso profeta. Più fate fatica a riconoscervi più siete vittime del suo incantesimo. Il gatto con gli stivali lo sa e sa anche come salvarvi e questo è l'ultimo passo per la metamorfosi del suo Padrone il Marchese di carabas. Infatti il Gatto gonfia l'Ego del mago dicendogli quanto ha sentito parlare delle sue capacità di trasformarsi in animali enormi come elefanti o leoni e di fatto il Mago lo compiace. E', ripeto, il nostro falso Ego che si crede divino, che pensa di far miracoli, che pensa che i suoi discorsi sublimi sono rivelazioni ultraterrene. Adesso il gatto cambia strategia e passa alla piccolezza:
"Mi hanno anche assicurato" riprese a dire il Gatto, "ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile"."Impossibile?" disse l'Orco. "Ora vedrete!"

Ecco qui il falso umile, non soporta una provocazione, non accetta un umiliazione, non regge una sfida in cui potrebbe con la modestia non darsi arie o mettersi in mostra. Si rende orgogliosamente umile e diventa un topo e guai... il gatto se lo mangia!!! Dovete ammetterlo, siete indigesti, antipatici, montati e finchè la vostra vera saggezza (il gatto) non vi divora, non vi dà la caccia, non vi fa scomparire quella sete di protagonismo e fama, non potrete vedere il vero dominio del vostro castello (anima). La morte dell'Ego (il topo divorato dal Gatto) è indispensabile per la rinascita, per il risveglio. 

LA PIENEZZA NEL VUOTO
La legge della compensazione nello spirito è perfetta: sei nell'Uno quanto ti sei distaccato di Tutto, raggiungi il tutto quando hai fatto esperienza di essere nulla, come il Mugnaio diventa il più ricco Marchese di Carabas soltanto quando passa attraverso le prove iniziatiche della rinuncia del sè, della fame di potere e dela sete di falsa sapienza. Soltanto allora il Re visita il castello del vecchio Orco con la sorpresa che è di proprietà del Marchese di cui la figlia si era innamorata. Arriva quindi anche l'amore, frutto della spogliazione che si fa del falso io, del proprio potere e della sete di apparenze. Il marchese conquista tutto senza fare nulla. Tutta questa ricchezza è simbolo dela libertà interiore, i valori si ribaltano, la logica del mondo interiore è speculare, tutto è al rovescio di come sembra, per questo è così difficile comprendere un genio o capire un anima illuminata, è come un bambino che dentro una scatola di cartone pensa di vivere in un castello, lo stesso il saggio, si sente lui stesso un castello a prescindere se vive in una baracca, perchè la sua anima o spirito è come il gatto: Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l'inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d'estate


SE TRADITE LO SPIRITO NON AVRETE PERDONO
Esiste un altra versione della fiaba dove il finale è ben diverso, lasciando spazio sempre per la caduta degli dei, cioè per l'anima che una volta raggiunta la salvezza credere di essere troppo sicura in se stessa e ricade nella malvagità: 
Il ragazzo, felice di quanto il gatto sia stato utile, gli promette che quando morirà (il gatto), lo imbalsamerà e lo metterà in una gabbia d'oro.
3 giorni dopo la moglie di Gagliuso lo trova morto e il ragazzo dice: "Meglio a lui che a noi. Prendilo per una zampa e gettalo da una finestra." Ma il gatto, che s'era finto morto, lo rimprovera e se ne va con queste ultime parole che sanno molto da morale di una favola "Dio ti guardi da ricco impoverito e da pezzente quando è risalito." Resta sempre quindi valido il consiglio ammonitore evangelico: Chi crede di essere in piede bada di no  cadere. 

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