SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI (presenti nel presente, qui ed ora), NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI (la consapevolezza) - Gesù di Nazareth -

ADAMO ED EVA (IN ELABORAZIONE)

GENITORI SENZA INFANZIA 
Quando penso ad Adamo ed Eva come progenitori dell'umanità mi fanno solo paura: creati adulti quindi senza infanzia; se Adamo ed Eva non sono stati bambini come possono vedere i loro figli se non attraverso l'ombra di un passato a loro sconosciuto e precluso? Questo vuoto teologico rispecchia una società in cui gli adulti sono sempre tenuti a vivere nell'angoscia della nostalgia della loro infanzia perduta (L'Eden), donde un impostazione mentale che fa della serietà politica e religiosa un dominio della parte più divina della psiche umana: la semplicità e la spensieratezza del bambino, perciò la spontaneità di cui il mondo degli adulti è privo. Di fatto questa lacuna crea in noi l'ombra dell'intuito psicanalitico di cui l'essere umano ha bisogno per poter vivere quel paradiso perduto che riflettono gli adulti: la loro infanzia perduta e, credetemi, i bambini questo lo percepisco, gli adulti vivono in un mondo così rigido pietrificato e sclerotizzato che fanno fatica a crederci che ci sia un potere divino giusto, perchè un Dio che crea l'essere umano senza infanzia è un Dio infantile in preda di un angoscia puerile. Non vi meravigliate dunque se la nostra infanzia diventa il covo di traumi repressioni e nevrosi future. Alla luce di questa semplice riflessione credo sia necessario rivedere rileggere e riflettere assai sul mito biblico di Adamo ed Eva, un racconto di una ricchezza indiscutibile nonchè preziosa ma poco conosciuto ed ancor meno, poco spiegato; è un racconto biblico che lo si sa per sentito dire, spesso tergiversato e il più delle volte persino banalizzato. 

ADAMO ED EVA E' UN MITO ARCAICO
Una volta dissi alla mia nonna che il racconto di Adamo ed Eva era un mito, per poco non mi mena, per lei ormai ero un ateo degno di scomunica. Fino a pochi decenni fa, i racconti biblici sono stati creduti (non con la fede ma con la superstizione) come se fossero eventi reali, presi alla lettera, successi tale e quale. Se ci caliamo invece nel loro contesto storico comprendiamo che per quel epoca il mito era il modo corretto di trasmettere una verità, era la loro scienza. La Bibbia non è un libro magico, il suo significato centrale non è scientifico e tanto meno storico, bensì umano e soprattutto religioso, ma religioso in senso spirituale cioè capace di darci una veduta introspettiva dell'essere umano. Dobbiamo, quindi, tenere presente che l’involucro scientifico della Bibbia è sotteso d’accordo ai tempi in cui l’uomo delle scritture visse e scrisse ( fatta eccezione per coloro che credono ad un interpretazione ufologica: Adamo creato da un Elohim, un extraterrestre venuto d aun altro pianeta). Il mondo dell’uomo della genesi, dell’oriente medio antico, è fissista, monogenista, geocentrico, eziologico. Dunque, un mondo, dal punto di vista scientifico, soggetto ancora alla maturazione del tempo e delle scoperte che vennero dopo, quindi soggetto alla caducità. Avere conto di questo fatto ci porta ad evitare tanti errori di tipo fondamentalista o di tipo relativista. Assurdo criticare dopo Copernico chi pensa che sia il sole a girare intorno alla terra e non il contrario, per cui valutare il mondo antico con le nostre categorie moderne è un errore da principianti a dir poco assurdo. 


ADAMO ED EVA... LA VERITÀ DI UN MITO
Dire che il racconto di Adamo ed Eva sia un mito fa ancor oggi scalpore in molte persone, cresciute all'ombra di una religione dove il simbolo non era decodificato. Basta sapere che il mito era il linguaggio con cui gli antichi raccontavano una verità (la morale della fiaba per i bambini ad esempio), per cui in mancanza di concetti astratti ed analitici (perchè gli antichi non avevano un linguaggio analitico ed astratto come il nostro), l'uomo antico si serviva, come con i bambini, delle immagini, degli esempi presi dalla natura, dal mondo dei sogni, ma la VERITÀ nascosta c'è ed è assai. Sta quindi a noi moderni filologi, filosofi, teologi e psicanalisti, tradurre in concetti e linguaggio moderno quelle immagini simboli ed archetipi antichi. Detto questo credo che si possa affermare che Adamo ed Eva era una fiaba antica, un mito dell'uomo ancestrale. In questo album quindi l'impegno colossale di tradurre questa fiaba per la mente razionale adulta. 


L'EDEN PERDUTO, REMINISCENZA INCONSCIA 
Chi ricorda mai d’essere stato nel grembo di sua madre?. E anche se non ci fosse nessuno che ricordasse quel momento, non perciò credo che ci sia qualcuno che potrebbe negare di esserci stato!. Quel contatto quasi di fusione con la persona amata, la madre che ci ha fecondato, quel contatto di pace, di sicurezza, di quiete, d’immediatezza, d’accoglienza…è quel contatto divino che segna per il resto della vita tutta la nostra trascendenza umana. Ogni uomo ed ogni donna porta in sé questa nostalgia paradisiaca del grembo materno, quel ricordo impreciso ma definitivo, quella sensazione vaga ma stabile, un non so che di misterioso che ci trascende e si riflette davanti un futuro verso il quale ci avviamo per tutta la nostra vita. Siamo di ritorno alla casa del Padre, verso il grembo Materno divino, in cerca di un Eden perduto. La Genesi è futuro, la genesi è profezia. Il racconto dell'Eden è una profezia. La mia interpretazione del mito di Adamo ed Eva è prettamente psicanalitica quindi un rispecchiarci per cercare l'origine di sè stessi in se stessi. 

ADAMO ED EVA IN ALTRE CULTURE
Prendere il racconto di Adamo ed Eva come unico parametro dell'origine dell'umanità è alquanto fiabesco sia in senso negativo che positivo, e cioè che se pensiamo che tutta l'umanità proviene da un solo ceppo o coppia ci imbattiamo in enormi e numerosi problemi senza una soluzione plausibile, basta pensare al fatto che Eva in quanto unica donna per popolare la terra avrebbe dovuto per forza accoppiarsi con i figli e successivamente Adamo con le figlie e anche fratelli con sorelle, ma in questo modo dopo qualche generazione, ben sappiamo, i geni avrebbero non dato una popolazione sana bensì malata. Il tabù dell'incesto, come ogni tabù, serve a nascondere un grande mistero che sta anche a discapito dell'umanità, come un vaso di Pandora, quindi meglio non toccarlo e a volte neppure parlarne. Ma sarebbe positivo se pensiamo al senso di fratellanza che ha l'umanità intera in quanto provenienti tutti dagli stessi genitori ancestrali, ma come vedremo più avanti Adamo ed Eva non erano i progenitori dell'umanità bensì, al limite, i capostipiti di una razza. Ma storicamente parlando troviamo il mito di Adamo ed Eva in altre culture, specialmente quella mesopotamica di cui sicuramente gli ebrei furono enormemente influenzati. Basta pensare al racconto di  l'Enûma Eliš  di cui ne abbiamo parlato altrove. Oppure l’influenza dell’Epopea di Gilgamesh, che riferisce, tra le altre cose, l’iniziazione di Enkidu alle gioie del sesso tramite una cortigiana-sacerdotessa.
Dunque io personalmente tendo ad interpretare questo racconto come un mito arcaico allegorico da cui possiamo trarre grandissime intuizione psicologiche ed anche spirituali. Avere la pretesa di conciliare la fede con la ragione e quindi di trovare un senso anche scientifico e letterale  nella genesi, è alquanto fuorviante e pericoloso. E' questo vale per tutta la Bibbia: se in essa cerchi uno specchio di verità dove trovare una tua dimensione interiore per avere una conoscenza di te stesso, è possibile, ma se ti servi della Bibbia per avere conferme assolute applicabili a livello sociale e di massa, quindi per gettare le fondamenta di una convinzioni di fede (come la religione) o di sapere sociale (come a politica) o di conferme naturale (come la scienza) allora la Bibbia fugge dal nostro controllo e diventa un arma micidiale di massa e prova ne ha data attraverso gli eventi catastrofici nella storia (guerre sante, inquisizione, fondamentalismi, genocidi, razzismo, ecc...), in questo caso la Bibbia serve soltanto non per conoscere se stessi ma per auto affermare se stessi quindi potere sugli altri e non padronanza di se stessi. 

PROGENITORI DELL'UMANITÀ Sì O NO ?
Quando si pensa ad Adamo ed Eva si intende per tradizione i nostri progenitori, la prima coppia umana da cui tutta la razza umana ebbe inizio, ma ... questa è la teoria della monogenesi che però non risolve tanti enigmi ed incongruenza. A livello genetico come dicevamo prima un solo ceppo non sarebbe l'ideale per le prime generazioni, perchè accoppiamento incestuoso obbligatorio tra sorelle fratelli oppure padre e figlia o madre e figlio, darebbe facilmente l'opportunità ad un prole geneticamente debole. Il racconto dell'Eden ci dice che Adamo ed Eva ebbero 2 figli maschi, Caino ed Abele, poi Abele morì e Caino fu punito a vagare errante. Il terzo figlio fu sempre un maschio, Seth. E le femmine? la domanda sorge espontanea: senza femmine non si procrea, ma dobbiamo tenere presente che per le genealogie la donna non contava, si teneva come riferimento il nome del maschio, dunque qualora il racconto fosse vero alla lettera le femmine sicuramente nacquero. Un libro apocrifo, del I secolo d.C, chiamato l'apocalisse di Mosè o la Vera Storia di Adamo, racconta la vita di questi progenitori dopo l'Eden, ivi di legge:  "Adamo visse ancora 800 anni dopoché ebbe generato Seth, e generò 30 figli e 32 figlie, che si sono moltiplicati sulla terra dando origine alle popolazioni che da loro prendono nome". Comunque fosse stato resta il fatto che l'incesto era lecito e necessario. Ma poi resta un altra incognita: Caino vagò errante in latri territori ed aveva paura di essere ucciso, ma da chi? se non era ancora popolata la terra chi poteva ucciderlo? tanto che Dio per proteggerlo mise una taglia o maledizione su chi avesse toccato Caino. Poi col tempo Caino appare con un grande popolo, ma con chi lo fece? con chi si accoppio? Credo che la monogenesi faccia acqua da tutte le parti, mentre la poligenesi è molto più fattibile e naturale, così come spuntano funghi di diverse specie in diversi boschi del pianeta, lo stesso poteva benissimo accadere con la razza umana. 
   Il problema  della monogenesi poi fermenta il razzismo: Il razzismo si fonda sulla credenza che esistano in natura razze superiori, degne di sottomettere altre razze giudicate inferiori, mentre la razza bianca crede di essere quella originale. In sintesi, gli europei che credevano nel monogenismo biblico non potevano realmente individuare popoli inferiori e popoli superiori perché tutta l'umanità era figlia degli stessi genitori.

   Il poligenismo invece, sostenendo la pluralità dei progenitori, incoraggiava gli antropologi del Settecento ad individuare razze elette, generate da uomini eccellenti e superiori, e razze infime, infette, generate da individui pessimi come Caino, noto fratricida. Il poligenismo poteva inoltre giustificare la necessità da parte dell'uomo bianco di sottomettere ed "educare" le razze inferiori, e soprattutto segregarle, in modo che con il loro sangue corrotto non infettassero la purezza della stirpe bianca. Purtroppo, come spesso succede nella storia, le voci più tolleranti e moderate in questo campo non furono ascoltate, e l'Europa si accinse a compiere genocidi e persecuzioni, in nome di un'assurda pretesa di superiorità.


































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Questa attitudine alla “conoscenza” è dunque uno dei poteri degli elohim, che può esercitarsi su tutto, detto altrimenti, per riprendere l’espressione biblica, su “il bene e il male”. Infatti nella lingua ebraica “il bene e il male” è un’espressione per caratterizzare “tutte le cose”, “tutto ciò che esiste”; ecco perché sarebbe meglio scrivere “il-bene-e-il-male”, per mostrare che la coppia formata da queste due parole caratterizza una totalità, la totalità di ciò che esiste. Così la “conoscenza del bene e del male” non ha a che vedere con il senso morale (vale a dire conoscere la differenza tra il bene e il male) ma è la capacità di conoscere “di tutto”. Precisiamo che in ebraico non esistono concetti puramente astratti; la nozione astratta di “totalità” è espressa da una coppia di parole concrete. In questo modo “il bene e il male” designa “tutto”; allo stesso modo “il cielo e la terra” in Genesi 1,1 designa “tutto l’universo” e “la carne e il sangue” designa la totalità della natura umana.

Altri passi della Bibbia ci dicono che la donna dona un frutto al suo sposo prima delle nozze. Così Rachele (Genesi 30,14-16), la moglie preferita di Giacobbe, che era ancora senza figli, mangia delle mandragole, chiamate anche “mele dell’amore”. La ragazza del Cantico dei Cantici (Cantico 7,14) canta anche lei le virtù della mandragola.
Facciamo qui notare che nella mitologia greca, la mela e la mandragola hanno già una connotazione sessuale. Dioniso offre una mela ad Afrodite, Gea ne dona una ad Era come simbolo di fecondità. Ad Atene le giovani spose dividevano tra loro una mela prima di entrare nella camera nuziale 






creati ad IMMAGINE  e somiglianza di Dio..... creati CON quel QUALCOSA che ha l'immagine e somiglianza di Dio (Con =

Eva in ebraico significa vita, e nella bibbia c ' è scritto che è la madre di tutti i viventi..tutti..compresi cani, gatti , pesci,uomini. Eva non è una donna. Adam significa terra, Eva vita.

hai preso dell'albero della conoscenza del bene e del male adesso proverai cos'è il bene e il male (hai voluto la bicicleta, allora pedala) ... vuoi governarti da solo? ok fallo pure ma ecco le conseguenze ...


Il discorso dell'albero della conoscenza è complessissimo (ne sto elaborando una fiaba psicanalitica nel blog), non si può conoscere la bellezza se non hai visto la bruttezza, non sai se una cosa è calda finchè non hai provato il suo contrario, il freddo, quindi senza il paragone non esiste equilibrio e tanto meno una visione complessa della verità e anche della falsità. Gesù non ci ha detto di essere solo buoni come le colombe, ha aggiunte "siete scaltri come il serpente" (Yin e Yang). In occidente invece il pensiero unilaterale ci ha portato a fare una scelta: o bianco o nero, o sei buono o sei cattivo, mangi dell'albero o lo tieni solo d'occhio. Questa tendenza è contro natura, chi sceglie un solo lato per forza diventa col tempo estremista, fondamentalista, totalitario. Se dipingi un quadro con un solo colore, non vi vedrà mai nulla, ci vogliono le ombre e le sfumature per avere le forme. Il problema di questo albero è l'interpretazione teologica che il cristianesimo ha dato al racconto, fatto pe run fine morale (quindi manipolato in modo tale che diventasse la vita della religione: senso di colpa e disubbidienza, una volta che la gente mangia questa interpretazione, manda giù anche la dipendenza dal potere religioso: si devono far perdonare e ubbidendo possono tornare al Paradiso). Il racconto invece secondo al Kabbalah ebraica è molto diverso....




dell'albero del CENTRO non ne devi mangiare (albero della Vita e non quello del bene e del male)
conoscere (relazionarsi tra di loro) bene e male .... possiamo procreare quindi siamo creatori, indipendenti da Dio

 la mela = Frutto.... Eva mangia il frutto

Proverbi 30,19 e segg

“l’adultera mangia, si lava la bocca e dice: non ho fatto nulla di male”
In quel passo in cui si parla del comportamento di una adultera si capisce che il “mangiare” descritto in certi contesti è la rappresentazione chiara e inequivocabile dell’atto sessuale.
in alcune lingue, come lo spagnolo latinoamericano, mangiarsi una donna significa scoparsela, o farsela in italiano, quindi è un modo di dire. Non di rado in tutte le lingue i genitali hanno un chiaro riferimento simbolico ai frutti: la mela, la banana, la carota, la patata, i meloni, 

male = malum è anche il melo ... l'albero della conoscenza del bene e del MALE. 

adam



1) I nomi dei protagonisti si addicono più a personificazioni allegoriche che a personaggi reali. Adam significa infatti “Umano”, mentre la donna è chiamata Ishah, che significa appunto “Donna”, finché in seguito le viene dato il nome di Chavah (Eva) in quanto ella è la “madre di tutti i viventi (chayim)”.
2) Il racconto è pieno di elementi favolistici insoliti: un giardino soprannaturale in cui la conoscenza e la vita eterna crescono sugli alberi, un serpente parlante, la donna tratta dal corpo dell’uomo e tanti altri.
3) Se interpretiamo il racconto alla lettera, la punizione che Dio infligge alla prima coppia umana ci appare inappropriata e terribilmente severa in rapporto al lieve peccato commesso. Questo problema ci stimola a ricercare significati metaforici che chiariscano la relazione tra il frutto proibito, l’espulsione dal Giardino e la morte.
4) Dio viene descritto in termini antropomorfi e materiali particolarmente eloquenti. Egli plasma l’uomo dalla polvere della terra, gli infonde un respiro vitale, lo sottopone a una sorta di “operazione chirurgica”, passeggia nel Giardino e veste Adamo ed Eva con delle tuniche. Dal momento che la Bibbia rifiuta di associare il Creatore ad una forma fisica, tutti questi particolari risultano più idonei a una parabola che a una storia da intendere letteralmente.
– Come interpretare il testo
A prescindere dalla questione della storicità, ciò che risulta davvero fondamentale è cercare di comprendere il messaggio del racconto dell’Eden, l’insegnamento che esso vuole comunicarci attraverso una vicenda che può apparire semplice, ma che in realtà è piena di dettagli enigmatici, espressioni oscure e immagini da decifrare.
Innanzitutto, che cosa rappresenta l’albero della conoscenza del bene e del male (etz hadaat tov v’ra)?
Secondo un’interpretazione un po’ maliziosa, esso non sarebbe altro che la scoperta della forma più completa di “conoscenza”, cioè il rapporto sessuale. Nachmanide afferma invece che tale conoscenza sia da identificare nel libero arbitrio, ma Abravanel osserva che ciò è impossibile, poiché “un comandamento si applica solo a chi ha la possibilità di scegliere”, e dunque l’uomo doveva necessariamente possedere il libero arbitrio fin dal principio.
Ma lasciamo da parte ogni divagazione psicanalitica e filosofica, e chiediamoci semplicemente che cosa sia la conoscenza del bene e del male nel linguaggio strettamente biblico.
Nel Deuteronomio, in riferimento ai bambini del popolo d’Israele, il testo dichiara: “I vostri figli, che oggi non conoscono né il bene né il male (Deuteronomio 1:39).
Nel Libro dei Re, il giovane Salomone afferma davanti a Dio: “Io sono solo un fanciullo e non so come comportarmi […] Concedi dunque al tuo servo un cuore intelligente, perché possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male (1 Re 3:7-9).
Isaia, parlando del bambino chiamato Imanuel, profetizza dicendo: “Prima che il fanciullo sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese che temi a motivo dei suoi re sarà abbandonato” (Isaia 7:15).
Dunque, secondo la Bibbia ebraica, la conoscenza del bene e del male è ciò che manca ai bambini, la maturità che consente agli uomini di effettuare delle scelte in modo consapevole. La chiave per decodificare il racconto è nascosta proprio in questo concetto.
Se leggiamo il brano con attenzione, ci accorgiamo che in esso si trovano continui richiami al mondo incantato e illusorio dell’infanzia. L’essere umano è posto in un ambiente puro e protetto in cui tutte le sue necessità vengono soddisfatte. A causa della sua ingenuità primordiale, egli non prova vergogna pur essendo nudo. Non conosce il pudore e la malizia. Il rapporto con la natura è sereno e diretto. Dio, il genitore premuroso, fa sì che al proprio figlio non manchi nulla, ma impone anche una semplice regola. L’uomo, non avendo ancora una coscienza morale, capisce di dover rispettare questa regola solo per evitare di incorrere nel castigo, proprio come un bambino.
Dio ha stabilito anche dei doveri per l’essere umano: occuparsi del giardino e custodirlo (Genesi 2:15). In realtà, tuttavia, il testo ci lascia intendere che non ci fosse molto lavoro da fare, dato che l’Eden si irrigava da solo. Dio si comporta quindi come un genitore che chiede al figlio di tenere in ordine la propria stanza.
Un cambiamento significativo avviene nel momento in cui Adamo si rende conto di non essere solo. Esiste un altro sesso, un altro “lato” dell’esistenza umana: il termine tzela, spesso tradotto con “costola”, significa principalmente “lato”.
In questo paradiso infantile in cui il tempo appare eterno, si insinua però una figura negativa: il serpente (nachash). Nel Midrash, i Maestri spiegano che questo personaggio rappresenta lo yetzer harah, l’istinto del male, che nel contesto del racconto è il desiderio che induce a seguire i propri impulsi e a mettere in discussione i limiti imposti dall’autorità paterna. Il dialogo tra Eva e il serpente ha infatti tutte le caratteristiche di un vero monologo interiore.
Dopo aver ceduto alla tentazione, l’innocenza e l’ingenuità scompaiono: “Allora si aprirono gli occhi di ambedue ed essi si accorsero di essere nudi” (Genesi 3:7). Rabbi Mordecai Breuer spiega:
“Il lento sviluppo che ogni individuo attraversa gradualmente, cadde su Adamo in un solo istante. Un momento prima egli era perfetto e innocente, puro come un bambino, ed ora è già diventato un adulto. Egli acquisì tutto ciò che il mondo degli adulti ha di buono, ma anche tutte le parti negative: il dissidio, la vergogna e il peccato” (R. Mordecai Breuer, Pirkei Mo’adot I, p. 113).
Dopo il peccato, la natura umana non è degenerata; anzi, essa ha acquisito virtù superiori. La conoscenza del bene e del male ha reso Adamo ed Eva “simili a Dio” e diversi dagli animali (Genesi 3:4; 3:22).
Una domanda sorge spontanea: Dio voleva davvero privare l’umanità della conoscenza del bene e del male? Non era forse il proposito iniziale del Creatore quello di rendere l’uomo a Sua immagine e somiglianza?
Secondo il Midrash (Bereshit Rabbah) il peccato di Adamo non è stato un incidente di percorso, bensì qualcosa di inevitabile, un evento già previsto fin dall’inizio. Non è un caso che la Torah ci dica che l’albero della conoscenza si trovava al centro del giardino (Genesi 2:9). In altre parole, tutte le strade conducevano ad esso. Adamo ed Eva non avrebbero potuto ignorarlo. Forse la maturazione di cui l’uomo aveva bisogno poteva essere ottenuta solo a causa della trasgressione di una norma. Sappiamo infatti che la crescita psicologica dell’individuo passa inevitabilmente attraverso una temporanea messa in discussione dell’autorità paterna.
Con la fine dell’infanzia, gli esseri umani devono iniziare ad affrontare la durezza della vita, la fatica, la realtà ostile che li circonda. Si esce dal paradiso incantato per entrare in un mondo più aspro e concreto, e si acquisisce così anche l’idea della morte, sconosciuta ai bambini e agli animali: “Finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19).
La donna diviene portatrice di vita (Genesi 3:20), ma da ciò consegue inevitabilmente il dover fare i conti con i dolori della gravidanza (Genesi 3:16). Quelle che nel racconto biblico sono presentate come condanne inflitte da Dio, nella realtà sono aspetti importanti della condizione umana di cui si prende coscienza attraverso la maturazione.
Nonostante la disobbedienza, Dio non abbandona i suoi figli e non li priva della sua misericordia. Al contrario, prima di lasciarli andare per la loro strada, Egli compie per Adam e Chavah un gesto d’amore: “Poi il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelle e li vestì” (Genesi 3:21).
In questa riflessione non possiamo tralasciare la condanna riservata al serpente:
E il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le fiere dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita»(Genesi 3:14).
Leggendo questo verso, è facile cadere nell’errore di credere di trovarci davanti a un mito sull’origine della particolare anatomia dei serpenti. Ma un’interpretazione così semplicistica non sembra pertinente a quanto abbiamo compreso fino ad ora. Un mito di questo genere, inoltre, si avvicinerebbe più alla cultura greca che a quella semitica.
Se il racconto è allegorico, allora il giardino non è un luogo fisico, gli alberi rappresentano concetti astratti, e dunque anche il serpente non è un vero serpente. Del resto, come è stato osservato, i Maestri hanno sempre identificato il viscido tentatore con l’istinto del male. È quindi plausibile che il testo voglia insegnarci che chi cede alle proprie pulsioni carnali “cammina sul proprio ventre”, cioè finisce per essere dominato dai suoi appetiti. L’istinto del male ci appare astuto (Genesi 3:1), ma chi segue la sua via incontra miseria e insoddisfazione, come “mangiare la polvere”.
La maledizione prosegue: “Io porrò inimicizia fra te e la donna e fra la tua discendenza e la discendenza di lei; essa ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno” (Genesi 3:15).
In tutta la sua lunga storia, l’umanità è chiamata ad affrontare una lotta contro le proprie tendenze animalesche ed egoistiche. Il serpente deve essere schiacciato, nonostante abbia il potere di ferirci. Il Cristianesimo ha frainteso questo verso interpretandolo come la promessa della venuta di un redentore capace di sconfiggere il peccato, mentre di fatto esso esprime un dovere che riguarda “la discendenza della donna”, ovvero l’intera razza umana.
Se tutto ciò che abbiamo affermato fosse corretto, il racconto del Giardino dell’Eden sarebbe da interpretare come una parabola che descrive la condizione dell’umanità e la perdita dell’innocenza infantile. La storia di Adamo ed Eva non sarebbe una vicenda limitata a due individui del passato, ma una rappresentazione di ciò che accade in ogni epoca a ciascuno di noi. Tutto ciò priverebbe forse i primi capitoli della Genesi della loro validità? E quali sarebbero le conseguenze per le religioni che dichiarano di basarsi sul testo biblico? Lasciamo che ognuno formuli le proprie risposte.

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